La passione che mi guida in questo lavoro (tanta, credetemi, se considerate il sempre più scarso riconoscimento professionale, specie in questo paese, del tipo “è robba de tipografia”, per non parlare di quello economico….) non ha evitato che mi ponessi delle domande sul senso di questo mestiere.
In fondo, in contesti estremi tipo calamità, guerre, carestie, non è che sia un mestiere fondamentale.
Non salviamo vite, non stabiliamo strategie decisive per la sopravvivenza…..
Eppure ritengo che saper comunicare nel modo giusto temi e argomenti così ferocemente quotidiani come l’immigrazione, il disagio sociale, la povertà, la malattia, l’handicap, la violenza, può aiutare a sollecitare la giusta attenzione e, forse, un qualche minimo cambiamento.
La considerazione non è tanto arbitraria (e tra l’altro, anche economicamente rilevante): il 5×1000 destinato a attività di rilievo sociale “muove” grandi somme e solo nell’ultimo anno gli introiti sono aumentati di 100 milioni di euro.
Di contro spesso queste associazioni comunicano in modo poco efficace la loro attività.
Magari organizzandosi “in casa” , trascurando il fatto che costruirsi un’identità corretta e riconoscibile è la strategia più efficace per far arrivare a un pubblico più esteso quello che è il loro impegno per cause importanti.
In merito la stessa Anna Maria Testa si è espressa in un’intervista per il Venerdì di Repubblica.
http://www.lagabbianellaonlus.it/2015/04/20/cinque-x-mille-come-comunicare-con-i-contribuenti/
Tornerò su questo tema che appassiona molto me e noi di QID che spesso abbiamo “prestato” la nostra creatività al sociale.

